sab

04

lug

2009

La fatica di essere giovani

Leggere di “disagio giovanile” può facilmente suscitare il fastidio che solitamente suscita l’ovvio: chi non ne ha sentito parlare! Ma a me vien da dire che troppo spesso sottovalutiamo proprio ciò che è ovvio! Dimentichiamo che i giovani sono impegnati in compiti di sviluppo che li sottraggono via via a quello stato di “agio” paradisiaco, proprio dell’infanzia, per spingerli in una zona evolutiva, nella quale si respira il clima della fatica di crescere. È questa “fatica” che può diventare esperienza di “dis-agio”. L’adolescenza non è una passeggiata sul terreno pianeggiante, è piuttosto una passeggiata lungo un impervio sentiero di montagna: unica via, del resto, che consente ad ogni individuo di elevare le sue competenze intellettive, emotivo-affettive e relazionali: il corpo che cambia fa richieste di nuovi adattamenti su tutto il registro psicologico. Si tratta di un compito certamente impegnativo, e le criticità evolutive non mancano. Queste ultime, se trascurate, possono dare luogo a veri e propri disturbi psichici. Tuttavia, ciò non ci autorizza a pensare all’adolescenza come ad una malattia, e nemmeno siamo autorizzati a guardare al “disagio” come ad una condizione che folgora improvvisamente la vita del giovane e della sua famiglia: essa è piuttosto qualcosa che si prepara nel tempo, e che vede il giovane impegnato in un costante confronto tra proposte esterne e bisogni interni. L’analisi del disagio giovanile non può prescindere dalle profonde trasformazioni che hanno mutato il quadro sociale e relazionale, cognitivo ed affettivo in cui i giovani crescono. È necessario tener conto del rapporto esistente tra aspettative indotte dai processi di maturazione, spesso frustrati dall'impatto col mondo degli adulti, e i possibili itinerari di realizzazioni di sé. Si tratta di un dialogo serrato, che a volte introduce ostinatamente l'estremo nel quotidiano; a volte solo per il gusto di contrapporlo a ciò che appare sbiadito, tedioso e melenso. Ma intanto, in questa zona di confine, il conflitto tra autonomia e controllo può esasperarsi nel tentativo di assumere l’autonomia della scelta e quindi la propria nuova identità. Allora, tutto ciò che è estremo, diventa esasperata ricerca di stimoli “forti”, che danno luogo ad una sorta di insensibilità e di indifferenza alle semplici gratificazioni del quotidiano. Il risultato? È un complesso insieme sintomi che si organizzano a grappolo, tra i quali non mancano l’incapacità di godere, la noia, la mancanza di volontà intesa come incapacità di volere, che per contro richiedono quelle sensazioni forti, uniche capaci di suscitare interesse e riproporre così l’apparente naturale sequenza, che a partire dal bisogno e dall’individuazione dell’oggetto in grado di soddisfarlo, giunge poi alla fase consumatoria che permette l’esperienza gratificante. Vengono adottate allora come strategie per incassare gratificazioni, quelle attività che prevedono il “rischio”, che sono segnate dalla straordinarietà e dalla pericolosità: comportamenti disturbati in modo più o meno grave, conseguenza e causa sempre maggiore di un alterato rapporto con la realtà. La cronaca degli ultimi anni ha fornito tragici esempi descrivendo comportamenti autolesivi, violenze individuali o di gruppo, spesso sostenute dalla tossicodipendenza (baby killers, baby rapinatori, stupratori adolescenti di bambine e perfino di donne adulte). Si tratta di comportamenti antisociali derivati da profondi disturbi del controllo degli impulsi, il cui panorama comprende certamente anche i Disturbi Alimentari Psicogeni nelle loro forme differenti. La forte difficoltà a comunicare, la conseguente difficoltà a stabilire relazioni affettive, ad esprimere e a comprendere stati emotivi, finiscono per consegnare il giovane ad una sorta di deserto emozionale. L’imponente sequestro emotivo che patiscono, permette loro solo residui di comunicazione interpersonale, la cui unica modalità espressiva sembra essere l’aggressività. Tutta la comunicazione si gioca all’insegna della dipendenza, indotta o subita che sia. Ne deriva una sostanziale incapacità ad assumere qualsiasi responsabilità circa gli effetti delle proprie azioni, mentre ogni progetto di sé risulta riempito da un’assoluta dipendenza dal denaro, unica misura di successo. Questi stili di comportamento soddisfano peraltro il bisogno di appartenenza. Si può assistere allora a comportamenti di fuga dalla realtà e al conseguente approdo in contesti che offrono pseudo-realtà ispirate da esperienze mistiche: sette, culti magico-misterici, nei quali il clima emotivo è quello conseguente alla grave regressione che l’ambiente induce. Qui tutto si regge sulla dipendenza psicologica, auto ed eterodistruttiva, certamente incongrua rispetto al contesto socioculturale e lavorativo. Ma i fenomeni di disagio giovanile più diffusi e frequenti, quanto incidono nelle società industriali moderne, o quanto ne sono in parte il risultato? Quanto di tutto ciò può essere attribuito ai nostri modelli culturali di  sviluppo e di integrazione dell'individuo nella società? È in atto una crisi epocale del modello di convivenza familiare? Che parte potrebbe avere l’organizzazione familiare circa lo sviluppo di questi fenomeni di devianza giovanile? È probabile che nessuna indagine possa mai esaurientemente descrivere e analizzare fenomeni tanto disomogenei ed in così rapida evoluzione. L’azione del Laboratorio Permanente di Ricerca e Clinica della Formazione si offre prima di tutto a chi in prima persona vive il problema: giovani soggetti in difficoltà e loro famiglie, ascoltando direttamente il disagio narrato e offrendo spazi e metodi concreti per la soluzione dello stesso; ma estende la propria collaborazione sui temi della crescita e delle sue difficoltà, anche a quei professionisti addetti ai lavori (insegnanti, psicologi, medici…ecc), in costante contatto quotidiano con questa fascia di popolazione.

GIOVANNI MARCHIORO

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