sab
19
set
2009
Un invito ad agire
Frequenza e complessità sono gli aspetti qualitativi che sembrano caratterizzare i Disturbi del Comportamento Alimentare, e sono peraltro le ragioni che ci inducono ad un atteggiamento preventivo, anche attraverso strumenti divulgativi come questo.
La crudezza delle immagini è un messaggio diretto alla coscienza della gente, ormai assopita da troppo tempo nell’opulenza della nostra società.
Porsi in un’ottica preventiva significa offrire informazioni circa il rischio che un fenomeno pericoloso come questo, si insidi nella vita di una persona. Significa riconoscere che qualsiasi segnale in questa direzione non può e non deve essere banalizzato, sottovalutato e tanto meno taciuto.
Quando un argomento ci è sconosciuto e avviciniamo qualcuno che invece lo conosce bene, l’unica cosa utile da fare e quella di porgli delle domande. È così che faremo da qui in avanti.
La prima domanda a cui proveremo a rispondere, cercando di interpretare la curiosità della maggior parte di chi legge, è la seguente:
“Che cos’è il disturbo alimentare?”
Può accadere che un individuo, prevalentemente di sesso femminile (in rapporto 9 a 1 rispetto ai maschi), si sottragga volontariamente ad una adeguata alimentazione (sia nella quantità che nella qualità), giungendo a darsi volontariamente la fame con giustificazioni o scuse che poco hanno a che fare con la realtà, oppure, dopo un periodo più o meno lungo di astensione dal cibo, sia spinto in modo incontrollato quasi ad un’orgia alimentare, alla quale fa seguire lo svuotamento dello stomaco (solitamente nella forma di vomito indotto volontariamente, al quale si accompagna l’assunzione di lassativi e/o diuretici). Sono queste le due modalità patologiche più diffuse di rapporto con il cibo. Addirittura è possibile che la prima forma (astensione ad oltranza) si trasformi nel tempo nella seconda pratica (abbuffata ed eliminazione), dato che la seconda, l’intento di provvedere alla stessa funzione ispiratrice del primo comportamento: l’ossessiva pretesa di essere magri e il conseguente terrore di ingrassare. Questa breve descrizione ci permette di chiamare per nome queste due modalità di rapportarsi al cibo: la prima è definita “anoressia”, la seconda “bulimia purgativa”. A queste due forme di disturbo se ne aggiunge una terza, che chiameremo “iperfagia”, consistente nell’assunzione esagerata di cibo, o nella forma dell’introduzione continua e incontrollata, o nella forma bulimica dell’abbuffata, ma senza eliminazione. Ovviamente, questa terza modalità, ha come conseguenza l’altrettanto esagerato aumento di peso e quindi la condizione di obesità.
Assecondando la nostra legittima curiosità, aggiungiamo di seguito due domande:
“Quando può nascere questo problema? Qual è la sua funzione?”
Solitamente, si tratta di comportamenti alimentari disordinati che compaiono in concomitanza dell’esordio adolescenziale o postadolescenziale, anche se potevano esserci stati segnali precedenti: in rapporto a precise fasi evolutive della prima e seconda infanzia. L’adolescenza, infatti, impegna l’individuo nella ricerca di risorse evolutive. Quando un soggetto viva una sorta di incapacità a far fronte alle richieste evolutive, in particolare al bisogno di sviluppare un’identità e un senso di competenza chiaramente definito, è possibile che la rivalsa o rivincità si giochi a tavola. Astenendosi dal cibo e controllando la condizione di fame il/la giovane fa esercizio di essere capace, accarezza l’ebbrezza di un potere che allude ad una autonomia che non ha nelle altre aree della sua esistenza. Lo stesso ottiene il soggetto che si abbuffa e poi elimina. Perché, mentre l’abbuffarsi lo pone nella condizione del fallimento, e induce il senso di colpa per aver interrotto un controllo che pretendeva onnipotente, l’eliminazione permette una sorta di espiazione e riparazione al cedimento, e il conseguente ripristino della funzione di controllo.
“Come si finisce con l’adottare un comportamento disturbato in rapporto al cibo?”
Il disordine alimentare è sostenuto sempre da un profondo disagio relazionale sia in ordine a sé che agli altri. Esso porta con sé una sintesi di sofferenza che non è solo quella del singolo ma dell’intera collettività. I modelli culturali e sociali sembrano essere interpretati dai singoli come pretesta di approvazione e risposta al bisogno di appartenenza che, fuori dalla consapevolezza, si fanno invece strumentali alla comunicazione di un disagio necessariamente relato alle figure significative di riferimento.

